E' il momento di tassare anche le multinazionali

111 miliardi. È la cifra, in dollari, che incasserebbero Ue, Usa, Canada e Giappone dall’introduzione di una tassa unica del 15% sui profitti delle multinazionali.

L’idea è venuta in mente ai Ministri dell’economia dei Paesi del G7 riunitisi a Londra il 7 giugno scorso. Il ministro britannico ha parlato di una “svolta” a cui si è giunti con quest’incontro, seppur non ci sia ancora nulla di fatto: stop ai paradisi fiscali e alle multinazionali che pagano pochissime tasse su profitti da capogiro.


Perché le multinazionali pagano poche tasse? Per più di un motivo. Dal 1980 ai giorni nostri, l’imposizione fiscale sulle multinazionali è passata dal 40% al 20-25%, e la motivazione è semplice: nel pieno della globalizzazione, i Paesi hanno iniziato una corsa verso il basso instaurando una vera e propria concorrenza fiscale. Qual è stata la logica alla base di questa scelta? È molto semplice: le imprese locali, pagando meno tasse, hanno più possibilità di svilupparsi ed espandersi in tutto il mondo. Allo stesso tempo, il Paese che applica tassazioni più basse attrae anche le imprese straniere. Ed è per questo motivo che grandi aziende come Apple hanno la loro sede fiscale in Stati in cui le tasse sono più basse che altrove. Mentre altre si spostano nei cosiddetti “paradisi fiscali” come Bahamas e Panama, in cui le tasse sono a zero.


La soluzione è proprio quella presentata al G7, peraltro auspicata da tempo: imporre a tutti i Paesi di applicare una tassazione minima (in questo caso del 15%) con l’obiettivo di evitare che alcune aziende siano favorite rispetto ad altre, soprattutto quelle che si occupano di tech, che si muovono più facilmente in tutto il mondo. Dovendo pagare le stesse tasse in ogni angolo del mondo, le imprese non proverebbero a delocalizzare dove è più conveniente per loro.

Secondo uno studio dell’osservatorio fiscale europeo, questa aliquota minima porterebbe alle casse degli Stati di Ue, Usa, Giappone e Canada oltre 100 miliardi di dollari. Per l’Italia l’incasso annuale sarebbe di circa 3 miliardi di dollari, per l’intera Unione Europea oltre 48, la metà di quanto le istituzioni europee si auspicano di raccogliere sul mercato attraverso i bond per finanziare il Recovery Fund.


In Italia Eni ed Enel farebbero pervenire 120 milioni di euro all’anno nelle casse dello Stato, e il Covid ci ha insegnato come qualche risorsa in più serva ad evitare tragedie. Con 3 miliardi all’anno l’Italia potrebbe elaborare un vero piano per le periferie oppure prevedere, seppur modesti, investimenti sulla sanità pubblica. Tre miliardi di euro è quanto il Decreto Rilancio aveva stanziato per Alitalia.

Non pochi spiccioli, insomma, ma risorse che fino ad ora sono sfuggite (legalmente) al sistema tributario italiano, e in generale a quello di molti altri Stati europei e del mondo.


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