Russia nel caos per Navalny: l’Europa cosa fa?

La Russia sta vivendo forti momenti di agitazione popolare da quando il leader di opposizione Alexei Navalny è stato arrestato dalla polizia russa il 17 gennaio scorso. Era di rientro dalla Germania, dove era stato ricoverato per un avvelenamento subito in patria qualche mese prima.


Il 20 agosto 2020, mentre era su un aereo diretto a Mosca, di ritorno dalla Siberia dove si era recato per una vacanza, il “blogger del dissenso” collassò improvvisamente. Dopo un atterraggio di emergenza, venne ricoverato ad Omsk in terapia intensiva. Dopo pochi giorni, in seguito alle polemiche dei suoi sostenitori, venne consentito il suo trasferimento in un ospedale di Berlino. I medici e i ricercatori dell’ospedale Charité scoprirono la causa del suo malessere: avvelenamento con sostanze chimiche, più precisamente un agente nervino, altamente tossico. Ricerca poi rafforzata da alcune inchieste di testate internazionali come CNN e Bellingcat che sembrarono provare il coinvolgimento dell’FSB (Servizio Federale russo per la Sicurezza) nell’avvelenamento del nemico per eccellenza del Presidente russo Vladimir Putin.


Al suo rientro in patria, l’arresto sarebbe stato dovuto a “mancata comparizione” all’udienza per la libertà vigilata per una condanna risalente alla fine del 2014. In poche parole, avrebbe violato uno dei termini della libertà condizionale. Il motivo di questa assenza era chiaro: ricovero e degenza, condizioni fisiche per tornare a casa assenti.


È per questo che dal 23 gennaio scorso, in più di 60 città del Paese, nel gelo, stanno scendendo in piazza milioni di cittadini per richiedere la scarcerazione di Navalny, con lo slogan “Navalny libero”. E non desistono, la società vuole un cambio di passo, costi quel che costi, dopo 20 anni di nazional-putinismo. Soltanto in quella giornata gli arresti sono stati 1.700, secondo il sito di OVD, un’Organizzazione Non Governativa che monitora il numero di arresti durante le manifestazioni, per aver violato il divieto di manifestazioni pubbliche imposto dal Governo. Oltre 4.000 arresti invece il 31 gennaio, tra cui anche la moglie di Alexei, Yulia, ma le proteste continuano e i partecipanti non sono impauriti dalle forze dell’ordine schierate da Putin e i suoi fedelissimi.


Immediate sono state le reazioni di autorevoli personalità pubbliche, da Joe Biden ad alcuni europarlamentari. Risonanti le parole di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, che ha parlato anche a nome dei suoi colleghi: “Invito le autorità russe a rilasciare il signor Navalny, la sua detenzione costituisce una violazione dei diritti umani”. E anche la Von der Leyen si schiera dalla parte del dissidente democratico, invitando ad approfondire la situazione con una indagine indipendente.


Il Parlamento Europeo, infatti, il 21 gennaio ha approvato una risoluzione che chiede il rilascio incondizionato di Navalny e l’applicazione di forti sanzioni contro le “persone fisiche e giuridiche” che hanno contribuito al suo arresto e a quello dei suoi sostenitori. Le sanzioni dovrebbero anche essere allargate agli oligarchi russi legati al regime, ai membri della cerchia ristretta del presidente Putin e ai propagandisti dei media russi che possiedono beni nell'Ue e che attualmente godono della libertà di spostamento nei Paesi Ue.


Inoltre, secondo l’Europarlamento, l’insediamento del nuovo Presidente USA Joe Biden potrebbe e dovrebbe favorire il rafforzamento dell’alleanza transatlantica in favore della democrazia e contro i regimi autoritari.


Nonostante le condanne a parole, Berlino ha da poco annunciato la prosecuzione dei lavori per la costruzione del gasdotto “Nord Stream 2”, un importante collegamento per il trasporto di gas dalla Russia alla Germania, che la Francia aveva invitato a sospendere proprio per ciò che sta accadendo a Navalny.


Martedì 2 febbraio è arrivata la condanna a tre anni e mezzo di carcere. Una “condanna politica”, come l’ha definita lo stesso Navalny dopo l’uscita dal tribunale.


Il 4 febbraio l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell è volato a Mosca: era dal 2017 che non accadeva. E questo “dettaglio” ci dice che la situazione è molto seria.


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